I tempi dell’archeologia

“Non facciamo buchi per trovare qualcosa, scaviamo strato per strato per studiarlo”. Questa fu la prima frase che sentii quando da studente misi piede su uno scavo. Certo, avevo già dato l’esame di metodologia e sapevo cosa mi avrebbe aspettato ma repetita iuvant e il mio capo scavo era giustamente attento.

Questo per spiegare che l’archeologia ha i suoi tempi e la sua metodologia, aspetti che vanno rispettati per il bene della stessa ricerca archeologica. Posso comprendere la curiosità della possibile scoperta o la ribalta mediatica, ma la ricerca scientifica non segue il clamore, fa ciò che va fatto ed espone ciò che realmente c’è, anche se magari non si tratta di un tesoro o di una risposta gigante o conclusiva.

Proviamo a capire un po’ meglio cosa facciamo noi archeologi e cosa accade da quando si decide di scavare a quando si può uscire con una pubblicazione più o meno definitiva.

Partiamo in medias res, perché anche decidere se e dove scavare prevede una serie di passaggi preliminari, che ora ci risparmiamo. Si apre uno scavo, si avanza uno strato alla volta cercando di comprendere come ognuno è relazionato con gli altri, fatto assolutamente cruciale. Se uno strato di terra è sotto un altro è più antico, se lo strato è presente dentro un taglio o una buca, è più recente di tutti gli strati che sono stati tagliati… e così via per definire una cronologia relativa tra tutte le parti di terra. Mentre si procede si documentano i vari livelli e le sezioni per mezzo di disegni e foto.

Ma non basta.

Ovviamente si devono anche prendere tutti i reperti, ma solo dopo averli debitamente documentati almeno disegnandone la loro dispersione nello strato. Se ci sono strutture più grandi e non mobili, ovviamente, vanno debitamente studiate, documentate  e lette… sì perché anche un muro con tutte le sue fasi costruttive può essere interpretato come abbiamo detto prima per gli strati.

Fatto tutto ciò in una campagna di scavo, una sola perché siamo bravi, fortunati e il sito è anche piccolo…, possiamo pubblicare? No!

A questo punto, al netto di eventuali interventi di restauro o altro, cosa accade?

I reperti sono catalogati e divisi per lo studio, visto che siamo sempre bravi e fortunati, quindi abbiamo molti ricercatori a disposizione, iniziamo subito ad affidare i materiali.

Ogni materiale ha le sue caratteristiche, vi faccio l’esempio che conosco meglio, quello della ceramica, ma sappiate che la questione è analoga anche con il resto, che sia pietra, metallo, osso o altro. Si studiano i singoli frammenti, si ricostruiscono le forme, si analizzano la morfologia, le decorazioni e le dimensioni, si fanno i disegni, si procede con i confronti per proporre una contestualizzazione in qualche cultura materiale (si intende la produzione artigianale riferibile per forme, gusto e tecniche a un certo gruppo di persone). Ok, abbiamo finito? No! Vanno analizzati gli impasti e per questo ci servono dei tecnici che possano studiare la composizione chimica del materiale in modo tale che con dei geologi si possa comprendere da dove arrivano le materie prime con cui sono stati fatti quegli oggetti. Possibilmente si compiono anche delle ricerche di dettaglio sull’utilizzo degli oggetti, ad esempio un vaso cosa conteneva? Si prelevano altri campioni che un chimico dovrà analizzare per dire se lì c’era vino piuttosto che olio o chissà che altro. Oppure si osservano al microscopio, quando ci sono, i tipi di segni lasciati da altri utensili… Poi, attraverso l’archeologia sperimentale, si fanno esperimenti per comprendere le tecniche di produzione.

Ma non basta!

Le date! Come facciamo a sapere in che epoca siamo?

La stratigrafia ci fa comprendere i rapporti interni allo scavo ma non ci dice in che epoca si colloca ciò che studiamo, per capirlo abbiamo più strade. Magari sei fortunato e, per esempio, in uno strato rinvieni una moneta di un imperatore e tutto ciò che trovi lì è coerente con quell’epoca, quindi sai che la data deve essere negli anni di produzione di quella specifica moneta o poco dopo. Ma questa è una eventualità non sempre scontata e definitiva. Quindi si può tentare la strada della datazione radiometrica, quella al carbonio 14. Se sono stati trovati reperti organici si può mandare un campione in laboratorio e attendere una data piuttosto affidabile.

Ora possiamo pubblicare? No!

È necessario capire quelle persone con quale ambiente dovevano confrontarsi, quindi vanno contattati specialisti per analisi antracologiche o paleo-palinologiche. In sostanza tutto quello che ci può servire per comprendere quali piante c’erano, in che percentuale, e, di conseguenza, che caratteristiche aveva il clima. Vanno anche analizzati i reperti faunistici. Cacciavano? Cosa? Allevavano? Più mucche o più pecore? A che età le macellavano? Da adulte, quindi le sfruttavano per il latte o il lavoro, oppure da giovani, quindi l’allevamento serviva più per la carne? La pesca? Ci sono conchiglie che indicano la raccolta di molluschi? E, qualora ci fossero resti umani, si potrebbe anche analizzare alcuni atomi all’interno delle ossa, se ci sono certe sostanze piuttosto che altre potremmo capire se nella loro vita si sono alimentati con certi prodotti piuttosto che con altri.

Ora? Dai! Ora possiamo pubblicare…No!

Diciamo che abbiamo acquisito tutti i dati e li abbiamo anche interpretati, quindi abbiamo una buona idea di cosa è stato scavato; dobbiamo contestualizzarlo all’interno della regione. Chi viveva o lavorava in quel punto a che comunità afferiva? Come gestivano il territorio e le risorse? Era un gruppo chiuso o interessato da flussi migratori o gestiva dei commerci? E come lo possiamo sapere? Anche qui serve un po’ di fortuna, tra i reperti servono ancora gli esseri umani e devono essere in condizioni tali che possiamo far fare studi come ad esempio l’analisi del DNA.

Una volta acquisita una notevole quantità di dati, esaminati e collegati si propone il modello più plausibile possibile, il quale, dopo tutto questo lungo percorso, può tanto confermare le ipotesi sorte in fieri quanto smentirle in parte o del tutto.

L’archeologia, come ogni altro genere di ricerca, ha i suoi metodi e i suoi tempi, cercare di forzarli, oltre ad essere irrispettoso nei confronti di chi ci sta lavorando, è un problema con ripercussioni dirette sullo studio e sulla diffusione di dati o ipotesi che sono ancora parziali e non confermate.

Per esemplificare con qualcosa che mi riguarda, ho già pronto da qualche tempo un testo che vuole proporre una sintesi della protostoria del delta del Tevere e soprattutto un modello plausibile per le fasi storiche che hanno portato da Ficana a Ostia. Un libro in cui rielaboro i dati noti e tento di offrire un quadro complessivo di che comunità vivesse qui e come si rapportasse con quell’ambiente. Tuttavia ho deciso di non forzare i tempi. Voglio attendere i risultati degli studi del gruppo di Alessandri dell’università di Groeningen presso la salina di Piscina Torta, che vanno coordinati con gli scavi che il professor Cifani dell’Università di Tor Vergata sta compiendo nei centri latini intorno a Ficana. Questi importanti lavori, di cui ho letto solo qualche interessante estratto preliminare, sono di grande interesse e possono fornire un tassello importante nella analisi che sto effettuando. Una volta avuta l’opportunità di leggere cosa è stato studiato, come lo si è fatto e che modello è stato proposto, allora potrò vagliare il mio scritto e proporre uno spaccato più preciso per il nostro delta del Tevere.

Diamo sempre il giusto tempo ed il giusto spazio alla ricerca! Qualunque essa sia!

A cura di Tiberio Bellotti