
Con il patrocinio del Municipio Roma X e con la collaborazione di
Filippo Cannizzo Ambassador Beauty&Gentletude e coordinatore ResiliArt Italy: Bellezza di Unesco

Con il patrocinio del Municipio Roma X e con la collaborazione di
Filippo Cannizzo Ambassador Beauty&Gentletude e coordinatore ResiliArt Italy: Bellezza di Unesco

Flavio Coppola
Riassunto
La bonifica del territorio ostiense, operata nell’ultimo ventennio dell’Ottocento, è la chiave alla base dello sviluppo urbanistico del litorale di Roma cadenzato dalla figura robusta dell’ingegner Paolo Orlando, senatore del Regno e poi Assessore del Comune di Roma. Da una prima idea sospinta dagli intenti industriali di modernizzare la Capitale attraverso la creazione di un porto collegato con la città, si giunge, tra alterne e insperate vicende, alla creazione di una “città giardino” in linea con le più moderne tendenze europee dell’epoca. Il ventennio fascista poi, opererà delle scelte urbanistiche che, confermate dal Piano Regolatore di Roma del dopoguerra, ne cambieranno il destino.
Parole chiave: Bonifica; Ostia Nuova; Paolo Orlando; barocchetto romano.
Summary:
The reclamation of the Ostia territory, carried out in the final two decades of the 19th century, was the cornerstone of urban development along the Roman coast. This process was driven by the influential figure of Engineer Paolo Orlando, a Senator of the Kingdom and later an Alderman of the Municipality of Rome. What began as an industrial vision to modernize the capital by building a port connected to the city evolved—through various unpredictable and unexpected events—into the creation of a “garden city” aligned with the most modern European trends of the era. Later, the Fascist regime made urban planning choices that, once confirmed by Rome’s postwar General Master Plan, permanently altered its destiny.
Keywords: Land reclamation; Ostia Nuova; Paolo Orlando; Roman Barocchetto.
Introduzione
L’inizio del Novecento, con le sue contraddizioni e le sue fughe verso la Modernità, fu il teatro nel quale si svolse la appassionante storia dello sviluppo del litorale romano che, dopo secoli di silenzi e oblio, trovò, anche se con un sentiero tortuoso, la via per il suo sviluppo. Da territorio malsano e spopolato a ridente città balneare, quartiere marino della Roma Capitale del Regno d’Italia.

Fig. 1 Planimetria generale della plaga litoranea
La bonifica del territorio costiero, operata dal 1884 con l’apporto dei braccianti ravennati, permise all’Amministrazione capitolina ed al Governo nazionale di discutere sul futuro della capitale e del suo territorio progettando lo sviluppo nell’area sud della città e prevedendo un’evoluzione di tipo industriale per la costa romana.
La distanza tra la città e il suo mare era tuttavia un limite e costringeva a pensare a collegamenti tramite canali navigabili, paralleli al Tevere, che connettessero i quartieri produttivi della zona sud di Roma con il litorale. Roma era capitale da soli 14 anni (o forse già da 14 anni) e, come aveva già intuito Garibaldi in uno scritto del 1875 [1], doveva allinearsi al fervore produttivo che pervadeva l’Europa tutta: era quindi necessario darle uno sbocco al mare. La ferrovia e le grandi navi erano al centro di questa strategia e il senatore del Regno, l’ingegnere Paolo Orlando, ne era la guida spirituale ed operativa.
Da un’altra parte già dal 1822 si era fatta strada una nuova forma di fruizione legata, dapprima, alle cure elioterapiche: la fruizione balneare.
La nuova borgata avrebbe perciò dovuto assolvere ad ambedue le finalità e questa idea progettuale si sarebbe concretizzata ben presto in un vero e proprio Piano Regolatore.
La storia di cui parliamo è importante e tormentata: è la storia del Lido di Roma, Lido di Ostia, Ostia Lido, Ostia Nuova, Ostia e poi ancora il Lido di Roma. L’indeterminatezza del suo nome è lo specchio della sua storia urbana: quella di un non-quartiere, una non-città. E tuttavia quella di vera città per chi ne conosca profondamente le dinamiche di sviluppo, in un percorso urbanistico affascinante nel quale si evidenziano fasi diverse e contraddittorie.
IL PIANO REGOLATORE DEL 1909
Il Piano Regolatore di Ostia Nuova del 1908 nacque come supporto al progetto di Paolo Orlando di dotare Roma di un grande porto marittimo e si avvaleva della squadra di progettisti che componevano la commissione tecnica dei soci del Comitato Nazionale pro Roma Marittima costituitosi per lo scopo.
Scriveva Paolo Orlando nella relazione che presentava il progetto urbanistico-edilizio:<< il concetto ispiratore del progetto è la creazione di una moderna città-giardino suddivisa in tre parti principali: la prima costituita da una spiaggia profonda 50 metri, da destinarsi all’uso pubblico balneare; la seconda, della profondità di 424 metri, riservata all’ordinaria urbanizzazione; l’ultima, più interna, della profondità di 136 metri, occupata da edifici residenziali e da un parco. Il sobborgo si disporrebbe lungo tre viali principali paralleli, ciascuno largo 20 metri, e si articolerebbe attraverso un modulo costante, formato dall’intersezione delle vie normali e diagonali, che creerebbero numerose piazze di diversa forma e ampiezza.

Fig. 2 – Piano Regolatore 1908, planimetria generale
Il fine è garantire che tutte le abitazioni abbiano la veduta del mare, protette dalla zona destinata a parco, barriera naturale contro le zanzare presentinelle limitrofe zone paludose>> [2].
Tra le premesse ed il risultato, però, qualcosa non andò come avrebbe dovuto. Troppo grande il compromesso da accettare per sostenere ambedue le idee. Finì con l’uscirne un progetto con uno schema molto rigido, composto da una serie di impianti a stella di chiara ispirazione sabauda, per attuare il quale si sarebbero dovuti spianare i cordoni dunari che costituivano il paesaggio litoraneo.
A questo schema residenziale si sovrapponeva poi un telaio industriale: la ferrovia che arrivava da Roma all’ingresso del quartiere si diramava in due tronchi. Uno avrebbe proseguito dritto verso il mare attestandosi prima della grande piazza centrale, di fronte alla quale il lungomare sarebbe stato caratterizzato da grandi pontili a mare in linea con la consuetudine propria delle grandi città balneari dell’epoca; l’altro ramo avrebbe sfioccato verso ovest e, tangente ai lotti residenziali, avrebbe

Fig. 3 – Piano Regolatore 1908, vista prospettica [Archivio Storico Capitolino – Fondo Paolo Orlando]
condotto ad un lunghissimo molo industriale.
Il progetto pervenne ad una prima approvazione da parte del Governatorato di Roma nel 1908 ma non vide mai la sua applicazione per i sostanziali rilievi da parte del Ministero dei Lavori Pubblici che critica aspramente l’estrema uniformità del tracciato viario totalmente slegato dalla morfologia naturale del terreno e l’eccessiva ampiezza di viali e piazze a scapito degli spazi edificabili. Il progetto, in sostanza, era giudicato poco rispettoso della natura del luogo.
IL PIANO DEI CULTORI DI ARCHITETTURA DEL 1916
Il parere contrario espresso sul piano del 1908 fu l’evento che apre le porte del progetto Ostia Nuova ai Cultori di Architettura di Roma. Essi compirono <<gli studi per la preparazione di un progetto esecutivo di Piano Regolatore che corrispondesse ai fini propostisi dall’Amministrazione comunale, e che fosse compilato con quei criteri d’arte e di decoro che debbono essere seguiti, trattandosi di creare un sobborgo degno di Roma fatto specialmente per bagnanti e gitanti.>> [3]
L’Associazione Artistica tra i Cultori di Architettura di Roma, composta da architetti emergenti della Scuola Romana, preparò, a sue spese, uno strumento urbanistico per la cittadina balneare, donandolo poi al Governatorato di Roma che aveva, come narrato, respinto la precedente proposta di pianificazione presentatagli dall’assessore per l’Agro Romano Paolo Orlando.
È molto interessante e significativo osservare come la Commissione incaricata di compilare il nuovo Piano Regolatore di Ostia, nella stesura dell’elaborato tenesse conto degli studi territoriali condotti da Paolo Orlando e come in esso, pur trovandosi una differente organizzazione dell’impianto, emergessero diversi aspetti di continuità con lo strumento urbanistico precedente.
Il Piano del 1908 si basava su precisi studi territoriali che mettevano in conto le caratteristiche fisiche e morfologiche dell’ambiente naturale in cui si sarebbe andato a insediare il nuovo agglomerato urbano. L’area in oggetto era costituita da un litorale sabbioso con la presenza di cordoni dunari formati dall’azione combinata delle deboli maree e delle correnti marine sui sedimenti fluviali del Tevere. La grande laguna quaternaria, interposta tra mare e fiume, si era andata colmando creando stagni e paludi sopravvissute fino alla bonifica del 1884.
Per redigere il primo strumento urbanistico Paolo Orlando era partito dalla situazione altimetrica del sito litoraneo analizzando il piano quotato eseguito nel 1908 da Giuseppe Fornaciari, un tecnico appartenente al corpo del Genio Civile. Avendo preso atto dell’importanza di una situazione morfologica particolare, sulle basi di quel documento, il Piano aveva cercato di fornire una sistemazione planimetrica per il nuovo sobborgo marino tale da facilitare la ventilazione e la visuale del mare a tutti gli edifici.
Premesso che entrambi i piani (quello del 1908 e quello del 1916) erano stati elaborati a partire dallo stesso studio altimetrico della zona ed avevano come obiettivo comune la creazione di una nuova città, le vie per raggiungere lo scopo prefissato si dimostrarono totalmente differenti. Gli elementi di continuità tra i due elaborati erano rappresentati dalla presenza del mare, vincolo naturale, dalla via proveniente da Roma, collocata perpendicolarmente alla costa e dall’esistenza di tre grandi cordoni dunari la cui altezza cresceva gradatamente verso l’entroterra. Analizzando alcuni punti qualitativamente interessanti della relazione al piano del 1908, si comprende come la sistemazione altimetrica e le regole edilizie risultassero strettamente legate alla morfologia del sito; particolari norme erano state previste anche per il sistema fognario e per la scelta delle essenze arboree.
Mentre nel primo piano regolatore la conformazione fisica del territorio veniva modificata con la colmata delle conche poste fra i cordoni dunari per ottenere un piano inclinato ma uniforme verso il mare, nello strumento urbanistico del 1916 ciò non era avvenuto.
Il piano dei Cultori manteneva intatti gli aspetti paesaggistici del sito, cercando solo di rafforzare gli elementi morfologici che potevano servire di base per particolari scelte all’interno del tessuto urbano. I Cultori seguivano un approccio organico per il quale era il Piano a modificare la propria struttura organizzativa per aderire alle configurazioni del terreno, dando infatti estrema importanza agli aspetti orografici e idrografici dell’area litoranea, cercando di assecondarli quanto più possibile.
Nella relazione che accompagna il Piano si legge: «tre ordini di dune si succedono con andamento quasi parallelo al mare. La prima si eleva a quote variabili tra 3 e 4 metri, la seconda a quote tra 4 e 7 metri, la terza a quote tra 6 e 10 metri, che giungono in taluni punti anche al di sopra dei 12 metri; ed al di là comincia una zona pianeggiante a livello poco diverso dai metri 3.50 sul mare. Tra le dune si abbassano delle vallette che nel loro fondo risultano a quote variabili tra i metri 0.50 e i metri 1.50; ed appunto in queste vallette specialmente si sviluppa la vegetazione di cespugli ed alberi, che ha la sua maggiore intensità nella piccola pineta. La falda acquifera sotterranea quasi affiora alla quota 0.50». [4]
L’unico intervento proposto a modificare lievemente l’aspetto fisico del luogo fu lo spianamento della prima duna con il successivo riempimento della conca seguente in modo da ottenere, fino alla seconda duna, un terreno pressoché pianeggiante, funzionale alla scelta di edificare una città balneare. Rimasero integre la seconda e la terza duna «nonché la valle tra esse intermedia, e potrà così a questa parte più mossa altimetricamente in cui II terreno giunge a quote relativamente elevate, far capo la sistemazione della zona più interna della borgata, le cui villette, elevanti-si sulle alture, sovrasteranno a quelle anteriori e godranno la vista del mare, pur essendone alquanto lontane». [5] Su questa precisa scelta si basò l’intero impianto urbanistico proposto dai Cultori.
Nel piano del 1916 si cercava di cogliere lo spirito del luogo e di proporlo quale tema centrale della progettazione urbana come si faceva al tempo delle civiltà greca e romana in cui il paesaggio, con la sua architettura, suggeriva le soluzioni.
Nel caso di Ostia Nuova il luogo era un sito litoraneo nel quale i Cultori volevano creare una cittadina balneare con tutte le caratteristiche strutturali di questo tipo di insediamento.
Adottando uno schema romantico, progettarono una sorta di città-giardino che doveva rispettare i canoni affermatisi negli ultimi anni nelle cittadine balneari italiane.
Il primo provvedimento preso in questo senso fu dunque lo spianamento del primo cordone dunare per ottenere una fascia pianeggiante parallela alla spiaggia sulla quale creare il Lungomare che, con la Passeggiata e il Viale in Riviera rappresentavano le caratteristiche principali di una cittadina di quel genere. Anche per Ostia fu previsto quel tipo di infrastruttura lungo la quale si sarebbero allineate le attrezzature turistiche: stabilimenti balneari, negozi, caffè, ristoranti prendendo a modello gli impianti planimetrici di cittadine come Viareggio, Mondello, Rimini, Cattolica. Inoltre le scoperte nel campo della profilassi e delle cure mediche valorizzarono le terapie solari e la pratica dei bagni di mare, cosa che incentivò la diffusione di impianti balneari sulle coste italiane.
Lo schema planimetrico del Piano del 1916, oltre che rispondere alle esigenze distributive di una cittadina di mare, volgeva uno sguardo anche all’aspetto estetico dettato dall’esigenza di voler fondare una città-giardino. L’andamento sinuoso delle strade, la presenza di un’edilizia a esse dimensionalmente rapportata, la creazione di episodi urbani, capaci di caratterizzare diversamente le varie parti del tessuto cittadino, erano legati alla poetica del pittoresco per cui la natura del sito era sorgente di sentimento.
Lo schema romantico tendeva a dare un’immagine emozionante, passionale, strettamente legata agli aspetti fisici e geografici del litorale e questa ricerca, nella sfera qualitativa ed estetica, aveva come obiettivo primario la creazione dì un centro in cui l’urbanizzazione dettata dal buon gusto sarebbe stata alla base di un ottimo livello di vita.

Fig. 4 – Piano Regolatore 1916 – Planimetria Generale [ASC]
Nella relazione allegata al Piano si rifiutava l’impianto geometrico, proposto in precedenza da Paolo Orlando, per conferire a Ostia un’immagine caratteristica in cui «il tracciato delle vie e la disposizione degli edifici non rappresentano più, se non in concezioni arretrate, che è bene scompaiano, astratte esercitazioni geometriche fatte con la squadra ed il compasso, ma opere complesse e vive, che in ogni punto debbono avere un significato, un ritmo d’arte, una funzione dì utilità; sicché all’arida ed incomoda monotonia delle vie tutte uguali si sostituisce ormai il concetto che tende a dare ad ogni strada, ad ogni piazza, ad ogni incontro un aspetto vario ed individuale, a secondare la naturale configurazione altimetrica del terreno» [6].
Traspariva da queste affermazioni la chiara intenzione di voler conferire alla cittadina ostiense, tramite lo strumento redatto, una certa qualità urbana e architettonica, ma in sé anche all’avanguardia.
Analizzando il piano si delineano dunque tre elementi essenziali: la presenza del mare, la via di collegamento con la capitale, l’andamento altimetrico composto da una prima zona pianeggiante a ridosso della costa e due dune gradatamente crescenti verso l’entroterra.
Su questa base fu decisa la sistemazione del Lungomare parallelo alla spiaggia su cui si attestavano i villini di prima e seconda fila; la linea ferroviaria, costeggiando il collegamento con Roma, se ne distaccava solo nell’ultimo tratto per giungere nel cuore dell’abitato; la zona dei villini più interna, ma sopraelevata, usufruiva degli stessi benefici della fascia anteriore dì edifici. La disposizione planimetrica dei villini sul lungomare sfalsati l’uno rispetto all’altro per garantite anche a quelli di seconda fila un’ottima ventilazione e una buona visuale marina, era dettata da questa ricerca di qualità secondo la quale nessun edificio doveva risultare penalizzato dalla propria posizione.
La rete infrastrutturale era composta da un sistema viario principale, uno secondario e da una serie di piazze. La rete stradale primaria rappresentava gli itinerari privilegiati che, attraverso la disposizione delle piazze andavano a determinare i tre quartieri fondamentali: il Quartiere Popolare, il Quartiere dei villini signorili, il Centro stabile di Ostia.
II primo, riservato al transito di bagnanti e gitanti, era collocato attorno alla Stazione Centrale e aveva il suo fulcro nel grande Piazzale della Stazione; il secondo era previsto intorno alla pineta e doveva essere fornirò di un grande piazzale, il terzo doveva sorgete alle spalle della stazione ferroviaria, II quartiere della stazione centrale era messo in diretta comunicazione con il mare mediante un largo viale, questa era l’area in cui sì prevedeva la realizzazione di luoghi di intrattenimento, caffè, trattone e di abitazioni modeste o villini di più piccole dimensioni.
Il Quartiere dei Villini Signorili sorgeva appositamente decentrato rispetto al primo e ad esso era collegato a quest’ultimo solo attraverso un sistema dì omnibus automobili, per impedire l’invasione del pubblico domenicale; nella piazza, centro della zona, erano previsti edifici descritti come il Circolo di Riunione, un albergo ed un caffè-ristorante.
L’area definita Centro Stabile di Ostia interessava la parte più a nord del Piano Regolatore e si attestava attorno a una piazza racchiusa comprendente la Posta, il Telegrafo, la Delegazione, le Scuole, il Mercato, qualche abitazione e la chiesa. Essa costituiva il vero centro cittadino.
Le propaggini di levante e di ponente del Piano erano occupate rispettivamente da un’area adibita a attrezzature sportive (campi da calcio, tennis e palestre) e da una zona destinata alla realizzazione di un ospizio municipale per le cure marine. L’edificio, i cui lavori erano già iniziati nel 1915, era stato realizzato su progetto di Marcello Piacentini e fu distrutto dai tedeschi in ritirata nel 1943 in quanto sede del comando nazista.

Fig. 5 – M. Piacentini, Il progetto dell’ospizio marino. 1915 [ASC]
I tre quartieri risultavano inscritti all’interno del sistema stradale principale, rappresentato a ovest dalla via che congiungeva Roma a Ostia, il Viale del Comitato; a nord e a est dal Viale delle Automobili, che permetteva dì collegare il centro del quartiere dei villini con Viale del Comitato senza dover necessariamente passare per il centro; a sud dal viale litoraneo detto Viale della Marina di Roma.
A questo sistema viario principalmente costituito di strade ampie e piuttosto rettilinee sì affiancava una rete di secondaria importanza a carattere «vario ed individuale nel tracciato spesso frastagliato e sinuoso» [7]. La presenza di questa gerarchia viaria permetteva di diversificare la funzione dei quartieri: dove il traffico era maggiore si dotava l’impianto di ampie infrastrutture, dove invece si intendeva allontanarlo e dare alle vie carattere privato, si creava una struttura sinuosa e meno ampia.
È di rilievo il fatto che il Piano del 1916 fu redatto dall’Associazione Artistica fra i Cultori di Architettura dì Roma e che le figure di maggior rilievo Giulio Magni, Vincenzo Fasolo, Marcello Piacentini e soprattutto Gustavo Giovannoni, che ne era il presidente, avevano un’impostazione culturale e artistica decisamente Accademica volta a «promuovere lo studio e il prestigio dell’arte» [8].
Come si è detto in precedenza, l’impianto viario del piano del 1916 era scandito da un sistema di piazze attorno alle quali si sviluppavano i tre citati quartieri principali: il quartiere Popolate faceva capo alla Piazza della Stazione, il Quartiere del Parco (o dei Villini Signorili) alla Piazza XLVIII e il quartiere del Centro Stabile alla Piazza Grande. Altre piazze di minore entità definivano i nodi viari interni dell’intero tessuto urbano.
Le tipologie edilizie che il piano prevedeva erano principalmente tre: i villini, che si distinguevano in villini signorili e villini comuni a seconda della zona in cui sorgevano, le casette a schiera e i fabbricati di abitazione intensiva.
L’ampiezza dei lotti variava con la posizione di questi rispetto al mare o rispetto al quartiere in cui erano collocati. Ai lotti situati nel quartiere a villini era riservata una superficie di circa 1.200 mq con fronte marino di 25/30 metri lineari, mentre la superficie media dei lotti più interni si aggirava sugli 800/1.000 mq. Nel quartiere popolare era stata introdotta a questo riguardo una netta distinzione tra zona intensiva, in cui gli edifici potevano occupare superfici massime di 1.500 mq e zona a fabbricazione aperta, in cui i lotti non superavano i 500/600 metri quadrati. Il regolamento disponeva che ovunque si fosse avuto «il tipo di fabbricazione aperta e di isolati a sviluppo longitudinale sarebbe stato opportuno seguire il sistema dello sfasamento delle singole aree della doppia serie, in modo che i villini dell’una potessero affacciarsi negli spazi liberi dei villini dell’altra». Speciali criteri stabilivano la densità di fabbricazione, minore nella zona a villini in cui non si poteva superare il rapporto di 1/8 tra la superficie coperta e lo spazio totale, maggiore nelle altre. Analogo concetto regolava l’altezza dei fabbricati e anche per essi le differenze dettate cambiavano con la posizione e la funzione degli edifici.
Data l’esigua dimensione del singolo lotto fabbricabile, il villino unifamiliare divenne il protagonista incontrastato del Piano Regolatore del 1916 «alla cui immagine, oltre che volumetrica soprattutto estetica, i pianificatori demandarono la qualità dell’intero futuro sobborgo» [9].
Accanto alla tipologia del villino, il piano prevedeva anche casette a schiera e fabbricati di abitazione intensiva per i quali valevano le disposizioni già illustrate, tranne per l’altezza che non poteva superare i 16 metri con un massimo di 4 piani. Villini e palazzine furono gli edifici che saturarono quel tessuto urbano caratterizzato dal particolare sistema infrastrutturale che diede a Ostia il volto degli anni Venti.
Controllare qualitativamente il rapporto tra la pianificazione e la realizzazione, era lo scopo principale dell’Associazione Artistica.
Nel caso di Ostia Nuova fu la prima volta, nel panorama culturale romano, che al Comune, proprietario dell’intera area, venne proposto uno strumento per il controllo complessivo quantitativo e qualitativo, dell’operazione. Ci si riferisce al Regolamento Edilizio del Piano nel quale si legge «il Comune è il proprietario che vende i terreni ai privati, è il costruttore che traccia le vie ed esegue a sue spese la sistemazione e trasforma una zona deserta in un quartiere fabbricabile. Ha quindi nelle mani tutti i mezzi economici e legali per imporre un tipo edilizio, che appunto abbia la sua base nel tipo dei lotti e nelle norme per la loro fabbricazione» [10]. All’atto di acquisto dei terreni gli interessati dovevano presentare alla Commissione incaricata dal Comune il progetto dell’edificio che volevano realizzare sulla propria area; agli elaborati progettuali si richiedeva anche uno schizzo prospettico, meglio se a colori, per dare ai commissari maggiori elementi possibili per la formulazione di un equo giudizio. Tale selezione era legata all’immagine qualitativa che si voleva dare al sobborgo marino dal punto di vista urbano e architettonico. Valorizzare le singole zone era uno degli obiettivi principali del Piano che «si riannoda a quella che potrebbe dirsi la politica delle aree fabbricabili, politica Ì cui mezzi sono, nel caso presente, tutti nelle mani del Comune. (…) Soprattutto occorrerà arrivare ai modi per escludere o ridurre al minimo l’aggiotaggio, la speculazione parassitarla imponendo, come ha già cominciato a praticare l’Egregio Assessore (Paolo Orlando), che i progetti di edifici siano presentati all’atto dell’acquisto delle date aree su cui dovranno sorgere e fissando un termine per la costruzione» [11].
Per il controllo architettonico della struttura edilizia, l’Associazione dichiarava l’inutilità di norme vincolanti, demandando alla Commissione per il rilascio delle licenze le scelte di qualità da farsi di volta in volta. Oltre a tali disposizioni, il Regolamento Edilizio definiva solo alcune norme di carattere artistico per assicurare «dignità e bellezza all’espressione architettonica singola o collettiva» [12]. Nel passaggio dal disegno del Piano Regolatore alla sua attuazione furono individuati i lotti sui quali costruire gli edifici pubblici che, precedendo l’attività dei privati, avrebbero dato un avvio organico alla realizzazione edilizia del programma tracciato.
L’Associazione, in questa prima fase, comprese l’importanza di definire la localizzazione delle emergenze architettoniche che avrebbero rappresentato una guida all’edilizia privata e soprattutto intuì quanto fosse necessario instaurare un rapporto organico con quest’ultima. Nella Relazione al piano si precisa: «di vero la concezione di un centro abitato non è opera astratta, ed un piano regolatore non termina nel disegno sulla carta, ma da esso inizia. È un organismo vivente, il quale in breve tempo si evolve, e nei particolari, nelle varianti, nei molteplici rapporti con l’attività privata, ha uno sviluppo continuo, che può allontanarlo dai suoi principi rendendo vano tutto Io studio che vi ha presieduto, o può invece portarlo trionfalmente all’espressione di una completa opera di utilità e bellezza» [13].
Con l’approvazione del Piano dei Cultori ebbe così inizio la maggiore attività edilizia di Ostia Nuova, così denominata per distinguerla dalla preesistente Ostia Antica.
Alcuni schizzi prospettici allegati alla relazione del Piano ce ne mostrano il fulcro intorno al quale ruota l’idea progettuale. L’idea di Orlando di partire dalla costruzione degli edifici pubblici sposa perfettamente con il progetto di centro città organicamente organizzato in un sistema di tre piazze contigue ma su piani differenti. Sulle tre piazze affacciavano gli edifici simbolo: il Governatorato espressione del governo del territorio; la stazione ferroviaria che incarnava la modernità, la cattedrale espressione della religiosità e soprattutto la proiezione di Roma verso il suo mare.
La stazione di testata della ferrovia Roma-Ostia, gemella di quella di Porta San Paolo, entrambe realizzate su progetto di Marcello Piacentini e il Palazzo del Governatorato, sede della Delegazione Municipale di Ostia, di Vincenzo Fasolo, apparivano gli elementi significativi del sistema sviluppatosi attorno alla Piazza della Stazione (oggi Piazza della Stazione Vecchia), centro della nuova città completato dalla Piazza Grande e dal sagrato acropolico della chiesa Regina Pacis. in questo complesso si ritrovavano tutti i caratteri del centro civico: la chiesa, simbolo della fede cristiana, il palazzo del comune, simbolo dell’organizzazione politica, il mercato, la scuola, il telegrafo, il telefono, simboli ciascuno dell’apparato sociale. L’edificio religioso appariva localizzato sul crinale del terzo cordone dunale a 7 metri sul livello del mare, alla fine della propaggine sabbiosa nel rispetto dei caratteri morfologici del territorio.

Fig. 6 – La Piazza Grande. G. Giovannoni
Nello schizzo prospettico di Giovannoni si può notare come dalla piazza del sagrato a quota sopraelevata si scendeva nella piazza sottostante tramite un‘ampia gradinata che seguiva l’andamento declive del terreno prospiciente la chiesa; a sinistra il piazzale della stazione, a destra un imponente sistema porticato. Il portico si poneva come quinta di chiusura verso la zona del Parco, dove era prevista l’edificazione di villini signorili e dove appare chiara l’intenzione di voler conferire a quella zona carattere privato, per il fatto che a essa si accedeva principalmente mediante una strada periferica che, provenendo da Roma, costeggiava il piano nella parte nord, per terminare nell’area di levante del quartiere. Le emergenze si integravano con le caratteristiche morfologiche del sito, conferendo un particolare senso scenografico alle sistemazioni urbanistiche ed architettoniche.
La presenza della piazza sopraelevata comprendente la chiesa, causò nel breve periodo la nascita di un asse prospettico che da essa si stendeva fino al mare quando il Governatorato di Roma decise di costruire sulla spiaggia uno degli edifici più iconici e controversi affidandone la progettazione a Giovan Battista Milani: lo stabilimento Roma.
In realtà nella fase di attuazione del Piano l’impianto effettivamente realizzato negli anni seguenti l’approvazione dello strumento del 1916, si discostò dalla previsione iniziale scenograficamente disegnata dai Cultori: solo l’edificio religioso occupò la posizione prevista, scomparvero gli edifici della piazza sottostante, scomparve il sistema porticato, anche se l’insieme mantenne il marcato carattere assiale ancora oggi leggibile nel tessuto urbano.
Per la mancata realizzazione dell’elemento porticato che definiva la piazza bassa alla fine della scalinata, ideale invito a percorrere il viale che dalla piazza conduceva al mare, crebbe l’importanza di collocare, alla fine di questa via, un chiaro punto di riferimento visivo.
È spiegabile allora la scelta della Società Elettroferroviaria Italiana la quale aveva deciso di realizzare, sul tratto di spiaggia antistante la chiesa dedicata alla Regina della Pace, un imponente edificio adibito a stabilimento dì bagni: il Roma.

Fig.7 – Ripresa aerea 1937 (Archivio Fotografico Aeronautica Militare)
II risultato di queste due realizzazioni fu l’individuazione di un asse urbano in cui, alla collocazione della chiesa, posta sull’estremità del cordone dunare, con l’ampio piazzale e scalinata verso il piano stradale, faceva da contrappunto l’ingresso del Roma, completato dalla rotonda a mare, la cui cupola stabiliva un rapporto dialettico con quella della cattedrale, sacro e profano l’uno di fronte all’altro in un mix affascinante. Il Roma rappresentò un passaggio significativo del Piano ma soprattutto segnò l’inizio di un’epoca: tutti gli altri stabilimenti balneari, come da consuetudine diffusa, erano stati fino ad allora realizzati interamente in legno con lo scopo di essere smontati alla chiusura e ricostruiti all’apertura di ogni stagione estiva, al fine di preservarli dalle intemperie dei mesi invernali.

Fig. 8 – Annuario Cultori di Architettura 1927
Per esso si scelse invece la soluzione permanente e il progetto fu affidato ad un architetto di chiara fama: Giovati Battista Milani. L’opera, scrisse Giovannoni all’epoca, «fa assurgere ad importanza architettonica che quasi riveste carattere monumentale un tema che ordinariamente si perde nella goffa banalità della baracca di fiera… » [14].

Fig. 9 – Annuario Cultori di Architettura 1927
L’impianto prevedeva un edificio di testata sul Lungomare, dal quale partiva un lungo pontile che lo collegava ad una imponente rotonda a mare, quasi a voler prolungare prospetticamente quell’asse viario di cui rappresentava l’elemento terminale. Milani nella progettazione si rifece a diversi temi architettonici sia nella disposizione planimetrica degli ambienti di cui l’edificio si componeva, sia nei riferimenti stilistici.
Nel Roma si leggevano richiami alla struttura classica dell’edificio termale romano, soprattutto nella destinazione degli ambienti di intrattenimento e in quelli riservati alle attività ludiche e fisiche. Anche nella realizzazione volumetrica chiari riferimenti alle antiche terme di Diocleziano fungevano da quinta stradale alla composizione spaziale della rotonda a mare.
L’asse viario acquistò valore e lungo esso fiorirono varie proposte progettuali; di esse ben cinque risultarono d’autore con progetti affidati a Marcello Piacentini e ad Enrico Vallini che si avvalse della collaborazione del giovane Luigi Moretti.
Ancora oggi, nonostante le alterazioni e i rifacimenti di diversi edifici localizzati lungo quell’asse e nelle sue immediate vicinanze, è possibile ritrovare un po’ ovunque i caratteri essenziali dì quel tipo di architettura: nelle soluzioni di facciata, nelle cornici, nelle finestre, nei portoni di accesso, nei fori ellittici baroccheggianti alla sommità dei prospetti ma soprattutto se ne percepisce bene il senso della proporzione, la massa degli edifici, il rapporto tra quinta stradale e giardino interno. Espressioni architettoniche molto vicine al barocchetto romano, che offrono sul mare una rielaborazione degli elementi linguistici dell’architettura minore della Roma del ‘500 e del ‘600.
Autonoma invece la linea progettuale di Vallini che, forse grazie all’apporto del giovane Moretti, avviò con le due palazzine gemelle di Via Angelo Celli, un timido percorso di rilettura degli stilemi del barocchetto romano verso il moderno che, a chiudere l’epopea architettonica degli anni Venti a Ostia, trova la sua migliore applicazione nel Palazzo del Pappagallo di Mario Marchi.

Fig. 10 – Vallini, palazzina in Via Celli. 1929
Marchi realizzò, tra il 1929 e il 1930, due edifici di civile abitazione in Piazzale dei Ravennati e nella Piazza Grande Popolare (oggi Piazza Anco Marzio). La prima costituiva il terminale dell’asse proveniente da Roma costituito dal Viale del Comitato-Via del Mare, mentre la seconda era luogo di sosta e passaggio per i gitanti provenienti dalla vicina stazione ferroviaria e diretti al mare.
Se In Piazzale dei Ravennati l’impianto complessivo rimane ancora legato a soluzioni tradizionali, come il sistema porticato per creare continuità tra lo spazio pubblico della piazza e quello dell’edificio, e la presenza dell’attico che nella tradizione barocca contribuisce al decoro del fabbricato, in Piazza Anco Marzio ciò non avviene e la palazzina appartiene a quella fase linguistica di transizione denominata modernizzazione del barocchetto. Marchi in questo edificio fornisce un chiaro esempio di semplificazione decorativa: le cornici-parapetto che diventano triangolari per definire dei balconcini, la scansione netta dei volumi, le ampie superfici finestrate in una progressiva rarefazione dei pieni e dei vuoti dal basamento verso l’attacco al cielo dell’ultimo piano.

Fig. 11 – Marchi, Palazzo del Pappagalloi. 1930
Possiamo affermare che col Palazzo del Pappagallo, cosi affettuosamente chiamato dagli ostiensi per i colori che lo caratterizzano, a Ostia si chiude un’epoca.
Le scelte politiche di Roma con la repentina variante generale al PRG del 1926 e il successivo Piano del 1933, hanno modificato l’anima del sobborgo marino e, se da una parte col il Concorso di architettura del 1932 per la sistemazione “a villini” di un lotto già destinato a grande albergo bandito dalla Società Immobiliare Tirrena, si diede il via ad una serie di edifici di alta qualità architettonica tra i quali spicca la firma di Adalberto Libera, dall’altra si snaturò l’idea di fondo dei Cultori di Architettura e, con le distruzioni degli edifici simbolo operate dai tedeschi in ritirata nella notte tra il 12 e 13 dicembre del 1943, si interruppe la storia di questa fase della evoluzione di Ostia.
ILLUSTRAZIONI
Fig. 1 – Planimetria generale della plaga litoranea
La planimetria venne redatta dall’ingegnere idraulico Giovanni Amenduni, su incarico del Ministero dei Lavori Pubblici e del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Fu pubblicata a Roma nel 1884 allegata alla relazione tecnica “Sulle opere idrauliche per la bonificazione della plaga litoranea di Ostia e di Maccarese”, che gettò le basi ingegneristiche per il definitivo prosciugamento delle paludi dell’Agro Romano.
Oggi, l’esemplare originale fa parte di importanti collezioni storiche romane, tra cui i fondi cartografici dell’Archivio Storico Capitolino
Fig. 2 – Piano Regolatore 1908, Planimetria generale
Archivio Storico Capitolino, Fondo Paolo Orlando
Fig. 3 – Piano Regolatore 1908, Planimetria generale
Archivio Storico Capitolino, Fondo Paolo Orlando
Fig. 4 – Piano Regolatore 1916, Planimetria generale
Archivio Storico Capitolino, Fondo Paolo Orlando
Fig. 5 – M. Piacentini, Il progetto dell’ospizio marino. 1915
Archivio Storico Capitolino, Fondo Paolo Orlando
Fig. 6 – Piano Regolatore 1916 –
Arch. Gustavo Giovannoni. Schizzo prospettico della Piazza Grande allegato alla
Relazione Generale del piano del 1916.
Archivio Storico Capitolino, Fondo Paolo Orlando
Fig.7 – Ripresa aerea 1937
Archivio Fotografico Aeronautica Militare presso Ministero Difesa Aeronautica
Figg. 8 e 9 – Stabilimento Roma. 1926
Arch. Giovan Battista Milani.
Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte – Annuario Cultori di Architettura. Anno 1927
Fig.10 – Palazzina in Via Angelo Celli. 1929
Ing. Enrico Vallini (disegnatore Luigi Moretti ancora studente)
Fig.11 – Palazzo del Pappagallo in Piazza Anco Marzio. 1930
Arch. Mario Marchi
NOTE
[1] – Il documento storico è noto come la lettera fotografata/proclama firmata da Giuseppe Garibaldi
a Roma il 20 gennaio 1876;
Fa parte della “Donazione Cariolato” ed è conservato presso i Musei Civici di Vicenza.
[2] – Estratto dalla Relazione allegata al Piano Regolatore di Ostia Nuova 1908.
Archivio Storico Capitolino, Fondo Paolo Orlando
P. Orlando, “Il Piano Regolatore di Ostia Nuova”, a cura del Comitato Nazionale Pro Roma Marittima, Roma 1910, pag. 2;
[3 – 13] – Estratti dalla Relazione allegata al Piano Regolatore di Ostia Nuova 1916.
Archivio Storico Capitolino, Fondo Paolo Orlando
Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte – Annuario Cultori di Architettura. Anno 1927, pgg. 96/107
[14] – Estratti dalla Relazione allegata al progetto dello Stabilimento Roma.
Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte – Annuario Cultori di Architettura. Anno 1927, pag.495
BIBLIOGRAFIA GENERALE DI RIFERIMENTO
Vincenzo Manzini (1857), Del modo di restituire a Roma l’antico suo porto, liberarla dalle inondazioni e dai centri d’infezione della sua aria, Roma, Stabilimento Tipografico Aureli
Sebastiano Annino (1904), Poche parole sulla conferenza Pro Roma Marittima tenuta in Roma.
Maurizio Ferraris (1907), Roma porto di mare, Roma, Pro Roma Marittima
Paolo Orlando (1905), Per lo sviluppo economico di Roma, Roma, Pro Roma Marittima
Associazione Artistica tra i Cultori di Architettura di Roma (1906), La sua opera dalla fondazione (1890) all’anno 1906, Roma, AACAr
Alessandro Brunelli (1907), La comunicazione diretta tra Roma e il mare e l’Esposizione del 1911.
Maurizio Ferraris (1907), Roma al mare, Roma
Francesco Oberholtzer (1907), Roma porto di mare, Roma
Federico Bazzini (1908), Ostia preferibile sobborgo balneare e futuro sobborgo marittimo di Roma
Federico Bazzini (1908), Note sul contributo di Ostia alla questione di Roma balneare e marittima
Paolo Orlando (1910), Il Piano Regolatore di Ostia Nuova, Comitato Pro Roma Marittima (a cura di), Roma
Dario Carbone (1912), Progetto per l’espansione di Roma al mare, Roma
Archivio Storico Capitolino – sez. Archivio Postunitario: “Deliberazioni del Consiglio Comunale – Verbali Originali (1870-1982)
Costruzione del Viale Lungomare ad Ostia Nuova.
Piano Regolatore e Regolamento Speciale Edilizio di Ostia Nuova
Pubblicazione del Nuovo Piano Regolatore di Ostia Mare e approvazione del Nuovo Regolamento Edilizio per la predetta borgata
Legge 27 aprile N.550 (1916) Concessione al Comune di Roma della costruzione e dell’esercizio della ferrovia a trazione elettrica Roma-Ostia. Gazzetta Ufficiale del Regno il 15/5/1916, N.114.
Paolo Orlando (1916), Il risorgimento economico della capitale. Il Piano Regolatore di Ostia Marittima, in <<Annuario dell’Associazione Artistica tra i Cultori di Architettura>>, Roma.
Decreto Luogoteneziale 30 giugno 1918 N.106 (1918), Approva e rende esecutoria la Convenzione 11 maggio1918, relativa alla concessione della costruzione e dell’esercizio di un porto ad Ostia Nuova, in <<Raccolta di Leggi e Decreti Anno 1918>>
L. F. Babini (1918), Chiesa dedicata alla Regina Pacis ad Ostia, in <<L’Architettura Italiana>>, Anno XIII, fascicolo n.9, settembre, pp.95/96
Decreto Legge Luogotenenziale 23 febbraio 1919, N.304 (1919), Istituisce in Roma un Ente Autonomo per la costruzione e l’esercizio del porto di Ostia Nuova e della ferrovia di allacciamento, nonché’ per la gestione di altre opere e servizi, diretti a promuovere lo sviluppo industriale e marittimo di Roma, in Gazzetta Ufficiale del 27 marzo 1919 N.74.
Paolo Orlando (1923), Discorso inaugurale del presidente dell’Ente Autonomo per lo Sviluppo Marittimo e industriale di Roma, Roma
Paolo Orlando, Ente Autonomo per lo Sviluppo Marittimo e Industriale di Roma nel suo primo quadriennio di vita (1919/1923), Roma
Ghino Venturi (1923), Villino per la Spiaggia di Ostia, in <<L’Architettura Italiana>>, anno XVIII, fascicolo n.5, maggio, pp.59/60.
Roberto Paribeni (1924), Società Elettroferroviaria Italiana “Roma-Ostia Mare, Ferrovia Ostia Antica, Roma
Red (1927), Lo Stabilimento Balneare di Ostia a Mare, in <<L’Architettura Italiana>>, anno XXII, fascicolo n.2, febbraio, pp.15/16.
Gustavo Giovannoni (1927), Lo Stabilimento Balneare Roma alla Marina di Ostia, in <<Architettura e Arti Decorative>>, Anno VI, fascicolo XI, luglio, pp.495/510.
Virgilio Testa, La costruzione di un quartiere lineare in Roma, in <<Roma>>
Anno VI, settembre, n.9, pp. 403/410.
Delibera del Consiglio Comunale N.5561 del 3 agosto 1929, approvazione del Nuovo Piano Regolatore per Ostia Mare
Marcello Piacentini (1929), Il Palazzetto della Delegazione Municipale ad Ostia dell’architetto Vincenzo Fasolo, in <<Architettura e Arti Decorative>>, Anno VIII, vol.II, pp.322/327.
Mario Marchi (1931), Casa alla marina di Ostia, in <<Architettura e Arti Decorative>>, Anno X, fascicolo n.5/6, maggio/giugno, pag.272
Mario Marchi (1932), Casa di Civile abitazione ad Ostia Mare, in <<L’architettura Italiana>>, Anno XXVII, fascicolo n.2, febbraio, pp.13/14.
Giuseppe Ripostelli (1934), Il Lido di Roma nel suo primo decennale, anno XII, Roma
Gustavo Giovannoni (1934), L’espansione di Roma verso il mare, in <<Roma>>, Anno XII, gennaio, pp.9/20.
Mario Lizzani (1935), Il lido di Roma, Roma
Paolo Orlando (1936), Per il risorgere di Roma sui mari, Roma
A. Bianchi (1937), Il lido di Roma e il suo sviluppo verso il mare, in <<Capitolium>>, Anno XII, fascicolo n.6, giugno, pp.307/322.
Paolo Orlando (1941), Alla conquista del mare di Roma, Roma
A. Bianchi (1950), Il Lido di Ostia nel quadro dello sviluppo cittadino, <<Capitolium>>, Anno XXV, fascicolo n.7/8, luglio, agosto, pp.205/218.
M. Regard (1961), Un programma concreto per Ostia e il litorale romano, Roma
Italo Insolera (1962), Roma Moderna. Un secolo di Storia Urbanistica, Torino
Vanna Fraticelli (1982), Roma 1914 – 1929 la città e gli architetti tra la guerra e il fascismo, Roma
Salvatore Santuccio (1986), “Luigi Moretti”, Bologna
Flavio Coppola, G. Fausti, R. Zambuto (1987), Il tessuto urbano di Ostia, in Renzo Bassani, <<Ostia attraverso le cartoline d’epoca>>, Roma
Marcello Pazzaglini (1987), Villini e Palazzine di Mario Marchi,1925/1940, dal Barocchetto al Moderno: il fluire sereno dei linguaggi, in <<Metamorfosi>>, N.8, pp.76/79.
Piero Ostilio Rossi (1987), Il Villino e la Palazzina nel panorama architettonico italiano degli anni venti, in <<Metamorfosi>>, N.8, pp.14/24.
Giuseppe Strappa (1989), Tradizione e Innovazione nell’architettura di Roma capitale 1870/1930, Roma